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Cura e manutenzione

Cura dei gioielli

Un gioiello non si spegne: si sporca. Il velo che lasci con le dita si posa dietro la pietra, esattamente dove la luce entra ed esce, e bastano acqua tiepida e sapone neutro per toglierlo.

Il resto — ultrasuoni, vapore, prodotti che promettono di far tornare tutto come nuovo — sulla pietra sbagliata fa danni che non si riparano. Qui trovi il metodo, materiale per materiale, e il confine onesto fra quello che puoi fare a casa e quello che va fatto al banco.

Se devi decidere adesso

  • Acqua tiepida, due gocce di sapone neutro, spazzolino morbido. E’ sicuro su ogni pietra e su ogni montatura. Non esiste un caso in cui faccia danno.
  • Ultrasuoni e vapore: mai in casa. Non per la pietra: per le griffe. La vibrazione libera una gemma che si era già allentata, e te ne accorgi quando non c’è più.
  • Niente ammoniaca, niente candeggina, niente dentifricio. I primi due attaccano la lega, il terzo è un abrasivo più duro dell’oro.
  • Se il gioiello monta più pietre, comanda la più delicata. Un pendente con venti diamanti e uno smeraldo si pulisce con il metodo dello smeraldo.

Il metodo

Cinque minuti, ogni una o due settimane

Serve una bacinella, acqua tiepida, sapone per piatti neutro, uno spazzolino morbido nuovo e un panno che non lascia pelucchi. Niente altro. Il gesto che conta è uno: si lava sotto la pietra, non sopra.

Che cosa ti serve

  • Una bacinella. Mai il lavandino con lo scarico aperto. Se una griffa sta cedendo, la pietra se ne va proprio mentre la risciacqui.
  • Acqua tiepida. Tiepida come quella con cui ti lavi le mani senza pensarci. Se la senti calda, è già troppo calda.
  • Due gocce di detersivo per piatti neutro in mezzo litro d’acqua. Neutro vuol dire senza ammoniaca, senza candeggina, senza sgrassanti rinforzati. Nessun prodotto specifico per gioielli: non serve.
  • Uno spazzolino a setole morbide, nuovo, tenuto solo per questo. Uno già usato porta dentifricio, e il dentifricio è un abrasivo.
  • Un panno morbido senza pelucchi. Va bene quello degli occhiali.
Lo sporco sta dietro la pietra, dove la luce entra ed esce. Si spazzola da sotto, a gioiello capovolto.
Sempre in una bacinella, o con il tappo chiuso. Una griffa che sta cedendo lascia andare la pietra proprio mentre risciacqui.

I sette passaggi

  1. Prepara il bagno. Acqua tiepida nella bacinella, due gocce di sapone, mescola.
  2. Immergi. Dieci o quindici minuti. Servono a sciogliere il grasso, non a sostituire lo spazzolino.
  3. Spazzola il retro. Tieni il gioiello capovolto e passa le setole sotto la pietra, dentro il castone, negli angoli fra griffe e gambo. Lo sporco sta lì, non sulla faccia che vedi.
  4. Risciacqua in acqua tiepida, sempre nella bacinella o con il tappo del lavandino chiuso.
  5. Tampona con il panno. Non strofinare: le griffe si impigliano nei tessuti e si piegano.
  6. Lascia asciugare all’aria dieci minuti prima di riporre. Un gioiello chiuso umido nell’astuccio resta umido.
  7. Guarda controluce. Se una zona resta velata dopo due lavaggi, non passare a metodi più forti: è sporco compattato, e si toglie al banco.

Ogni quanto

Un anello che porti tutti i giorni: una volta ogni una o due settimane. Una collana da sera: quando l’hai usata. Uno smeraldo o un’acquamarina: solo quando serve davvero, perché ogni lavaggio è comunque un’esposizione.

E dopo ogni uso, una passata veloce con un panno morbido appena umido. Toglie crema e profumo prima che induriscano, e costa dieci secondi.

Materiale per materiale

Ultrasuoni e vapore: quando sì, quando mai

La riga «in casa» è identica per tutti, perché acqua tiepida e sapone neutro non danneggiano nulla. Quello che cambia è la seconda riga: che cosa non deve entrare in una vasca a ultrasuoni nemmeno al banco, e perché.

Gli ultrasuoni lavorano facendo implodere microbolle: la stessa energia entra nelle fratture della pietra e le allunga.
Il vapore è acqua oltre i cento gradi. Fa uscire l’olio dalle fessure di uno smeraldo in pochi secondi.
Ultrasuoni e vapore, materiale per materiale. La colonna «in casa» non compare: in casa la risposta è sempre no.
Materiale Al banco Perché
Rubino e zaffiro
anche zaffiro rosa
Sì, se non è riempito Durezza 9, nessuna sfaldatura, tenacità eccellente. Sono le pietre più robuste del catalogo. Ma un corindone riempito con vetro al piombo si pulisce con un panno umido e basta: quel vetro tiene insieme la pietra, e reagisce ai solventi.
Diamante incolore Sì, dopo il controllo delle griffe Durezza 10, indifferente agli acidi e ai detergenti. Il limite non è chimico ma meccanico: la vibrazione lavora sul contatto fra pietra e griffa. Un diamante a fratture riempite, invece, non entra in vasca: il riempimento scurisce e non torna indietro.
Acquamarina Solo dopo esame al microscopio Il berillo contiene spesso goccioline di liquido sigillate nel cristallo, invisibili a occhio nudo. Scaldarle significa farle dilatare contro una parete rigida, e la frattura parte dal centro della pietra. Chi decide è chi la guarda alla lente, non chi legge la scheda.
Smeraldo Mai Lo smeraldo nasce fratturato: quel reticolo è la sua natura. Più di nove su dieci hanno le fessure riempite di olio o resina. Gli ultrasuoni le allungano; il vapore fa trasudare l’olio, e la pietra torna piena di righe bianche in pochi secondi.
Diamante nero Mai Il nero viene da centinaia, a volte migliaia, di micro-fratture e inclusioni scure. Durezza 10 e insieme molto più facile da scheggiare di un incolore: ogni frattura interna è un innesco già pronto.
Tanzanite Mai Ha una sfaldatura perfetta che attraversa tutta la pietra, e non sopporta il cambio rapido di temperatura. Non è il caldo a romperla: è il passaggio veloce da una temperatura all’altra.
Perla Mai Non è un minerale: è aragonite tenuta insieme da una proteina, con acqua legata dentro. Durezza 2,5. Tutto quello che c’è in un portagioie è più duro di lei.
Oro bianco 18 kt
montatura senza pietre
La lega regge. Il rischio non è mai il metallo: sono le griffe consumate e le sedi che si sono allentate.

Il criterio che risolve i casi misti: comanda sempre il materiale più debole. Un anello con pavé di diamanti e una tanzanite centrale è una tanzanite.

Smeraldo e acquamarina: la stessa famiglia, due destini

Sono entrambi berilli e hanno quasi la stessa durezza. Eppure lo smeraldo è la pietra più delicata del catalogo dopo la perla, e l’acquamarina no. La differenza non sta nel minerale: sta in quello che gli è stato fatto.

Lo smeraldo cresce con un reticolo di fessure che arrivano in superficie. Riempirle con olio di cedro o con resina le rende invisibili, ed è una pratica antica e dichiarata. Ma quel riempimento non è permanente: calore, solventi e vibrazioni lo fanno uscire, e quando esce le fratture ricompaiono tutte insieme.

Quindi: acqua appena tiepida, ammollo di due o tre minuti, spazzolino sul metallo e non sulla pietra. Lontano da doccia calda, sauna, phon, profumo spruzzato addosso, solvente per smalto e davanzali al sole.

Il segnale da riconoscere: se dopo il contatto con calore o con un solvente compare un alone unto, o le fratture tornano visibili, l’olio sta uscendo. Non lavarlo e non asciugarlo col phon: va guardato da un laboratorio, che eventualmente rifà l’oliatura.

Le perle: l’opposto di un diamante

Un diamante lo pulisci, una perla la proteggi. Il diamante è 10 sulla scala della durezza e la sua luce nasce dal taglio. La perla è 2,5, e la sua luce nasce da una pelle di aragonite spessa pochi centesimi di millimetro che un profumo consuma e che nessuna pulizia riporta indietro.

Il nemico principale è l’acidità, e non è un caso raro: la pelle umana ha un pH medio intorno a 4,7, quindi la superficie su cui appoggi la perla è già acida. Aceto e succo di limone fanno in minuti quello che il sudore fa in anni. E’ la stessa reazione con cui la pioggia acida consuma il marmo.

La regola: le perle sono l’ultima cosa che indossi, dopo trucco, profumo e lacca, e la prima che togli. Non è folclore: sta nello standard di settore. Dopo ogni uso, una passata con un panno morbido inumidito con acqua pulita.

Dove si sbaglia di più: in cassaforte. La perla scambia umidità con l’aria, e un ambiente molto secco la dissecca fino a crepare la superficie. Vale anche per il sacchetto di plastica sigillato e per il cotone idrofilo, che invece di proteggere prosciuga. Un cassetto normale, in una stanza abitata, dentro una sacchetta morbida, è meglio di un caveau.

Tanzanite: fragile in modo prevedibile

Ha una sfaldatura perfetta: un piano interno, presente in ogni esemplare, lungo il quale la pietra si apre netta. Non serve un colpo violento, serve il colpo nella direzione giusta — il bordo del lavandino, la maniglia dell’auto. E il colpo può non lasciare segni e limitarsi a innescare una cricca che si apre settimane dopo, quando sembra che la pietra si sia rotta da sola.

Il secondo rischio contraddice l’intuizione: la tanzanite regge il caldo, non regge il cambio rapido. Quando la superficie cambia temperatura molto più in fretta del cuore della pietra nasce una trazione interna, ed è esattamente quello che la sfaldatura non sopporta. Per questo il trattamento termico di laboratorio, che la porta a centinaia di gradi con una rampa lenta, non la danneggia, mentre venti secondi dal tavolo al getto di vapore la spaccano.

Per un anello di tutti i giorni serve una montatura a castone chiuso o semi-chiuso, a profilo basso, e l’abitudine di toglierlo per lavori manuali, sport, pulizie, mare e piscina. Se invece cerchi una pietra blu da non doverci mai pensare, quella è lo zaffiro: stessa famiglia di colore, durezza 9, nessuna sfaldatura.

Il filo di una collana e’ un pezzo di ricambio

Una collana infilata — di perle o di pietre — sta su un filo di seta, che è proteina: assorbe sudore e cosmetici, e bagnato si allunga. L’allungamento non torna indietro. Quando i nodi non appoggiano più al foro, gli elementi iniziano a muoversi e il filo cede di colpo, senza avvisare.

Il nodo fra un elemento e l’altro fa tre cose: impedisce che due perle si sfreghino, fa cadere una sola perla se il filo si spezza, e dà alla collana il movimento che deve avere.

Ogni quanto. Chi la porta spesso la fa rinfilare una volta l’anno. Per un uso saltuario si sente dire ogni due o tre anni: è prassi di bottega, non una norma, e vale la pena saperlo. Se la collana ha preso acqua, sudore abbondante o profumo diretto, l’intervallo si accorcia.

I segnali, tutti visibili a occhio: la seta è ingrigita fra un elemento e l’altro, soprattutto vicino al fermaglio; la collana è più lunga di com’era; fra due perle si vede un tratto di filo, segno che i nodi non appoggiano più; gli elementi ruotano liberi. Chiedi che ti restituiscano la vecchia seta: il suo stato dice quanto eri in ritardo.

Il malinteso più comune

Durezza non vuol dire resistenza

Sono due prove diverse. La durezza misura la resistenza al graffio: è una proprietà della superficie, e spiega perché una pietra sotto 7 si opacizza negli anni anche senza incidenti (la polvere di casa contiene quarzo, che è 7). La tenacità misura la resistenza alla rottura, e dipende da come sono legati gli atomi dentro il cristallo.

Un cristallo può avere legami durissimi in ogni direzione tranne una. Quella direzione si chiama sfaldatura, e quando è perfetta non serve superare la durezza della pietra per romperla: basta un urto che scarichi la sua forza perpendicolarmente a quel piano.

Da qui il fatto che sorprende tutti: il diamante è il più duro e non è il più difficile da rompere. Rubino e zaffiro sono meno duri, ma non hanno sfaldatura, e in resistenza alla rottura stanno sopra.

Dal più robusto al più delicato. L’ordine non è quello della durezza, ed è il motivo per cui questa tabella esiste.
Materiale Durezza Il rischio vero
Rubino e zaffiro 9 Nessuno, in uso normale. I rischi arrivano dai trattamenti: una pietra riempita o tinta teme gli acidi, anche il succo di limone.
Diamante incolore 10 La scheggiatura da urto lungo la sfaldatura, soprattutto sulle punte dei tagli a marquise, a goccia e princess. E’ il motivo per cui quelle punte hanno griffe dedicate.
Diamante nero 10 La frattura da urto: ogni inclusione interna è un innesco. Stessa durezza dell’incolore, comportamento diverso.
Acquamarina 7,5–8 L’urto sui tagli a gradini, e le inclusioni liquide che il calore fa dilatare.
Smeraldo 7,5–8 Stessa durezza dell’acquamarina, due posizioni più in basso: contano le fratture riempite, non il minerale.
Tanzanite 6–7 La sfaldatura perfetta e lo sbalzo termico, che agiscono insieme. E, lentamente, la polvere: sotto 7 la superficie si opacizza.
Perla 2,5 Non la rottura: l’abrasione della superficie e l’attacco chimico. Si rovina senza che nulla si rompa.

Il metallo

L’oro, la rodiatura e le griffe

Perché l’oro bianco a un certo punto ingiallisce

L’oro bianco non è bianco. E’ una lega grigio-giallina ricoperta da uno strato di rodio, un metallo del gruppo del platino, depositato per via elettrolitica: è lui a dare il bianco freddo e speculare che riconosci.

Quello strato si consuma. Non si ossida e non si stacca: si abrade, dove il pezzo struscia. E qui c’è il dato che spiega tutto: la letteratura tecnica parla di mezzo micron o poco più, ma le misure fatte su anelli di produzione hanno trovato in media circa 0,21 micron, perché in banco si rodia spesso per quindici secondi. Per capirci: un capello è spesso fra i 50 e i 100 micron.

Non si può nemmeno fare più spesso a piacere: oltre i due o tre micron il rodio accumula tensioni e si crepa.

Come te ne accorgi: riaffiora un tono caldo o grigio sporco, a chiazze e non su tutto il pezzo. Quasi sempre prima sul gambo, sotto il dito, che è la zona che batte contro tutto; poi sugli spigoli della galleria e sulle punte delle griffe. Il segnale non è solo il colore: è vedere due bianchi diversi sullo stesso pezzo in controluce.

Quanto dura dipende da cose che non puoi vedere: lo spessore effettivo, le ore di uso, il tipo di mani, l’acidità della pelle, le creme e i solari. Un orecchino può restare bianco per anni; un anello su una mano che lavora può ingiallire in una stagione. Le cifre che circolano — uno o due anni per un anello da tutti i giorni — sono stime della filiera, non misure.

La rirodiatura è lavoro di laboratorio: sgrassaggio, pulizia elettrolitica, spesso una lucidatura, poi il bagno con corrente e tempi controllati. Due cose da sapere prima di farla rifare: la lucidatura toglie metallo, quindi ripetuta per decenni arrotonda gli spigoli e ammorbidisce le incisioni; e se una griffa balla va sistemata prima, perché nessun bagno tiene ferma una pietra.

Gli altri ori

Oro giallo 18 kt. Il più semplice da tenere. Si opacizza per il velo di sebo e cosmetici, e acqua tiepida e sapone lo riportano dov’era.

Oro rosa 18 kt. Il colore viene dal rame, e il rame con il tempo scurisce leggermente. Non è un difetto ed è il motivo per cui i bagni «pulisci-oro» da supermercato sono una pessima idea: tolgono proprio il rame che fa il colore.

Oro bianco 9 kt. Contiene meno oro e più metalli di lega: si graffia un po’ meno, ma è più esposto all’annerimento e alla corrosione da cloro.

Le griffe: il modo più comune di perdere una pietra

Sono quattro o sei unghie di metallo che tengono la gemma, e si consumano strusciando contro tutto. Quando una si accorcia o si piega, la pietra inizia a muoversi; quando due cedono, esce.

Il controllo, in dieci secondi: porta il gioiello vicino all’orecchio e dà un colpetto sul gambo con l’unghia. Se senti un ticchettio secco, la pietra si muove nella sede. Fallo una volta al mese, e ogni volta che il gioiello prende un colpo.

Se ticchetta, smetti di indossarlo e non pulirlo: premere su una griffa allentata è il gesto che scheggia il bordo della gemma. Va al banco, dove si salda metallo nuovo. Non si raddrizza con un’unghia e non si stringe con una pinza.

A sinistra una griffa che tiene: la punta ripiega sulla pietra e la trattiene. A destra la stessa griffa consumata — accorciata, appiattita, e ormai appoggiata invece che ripiegata.

Il cloro non opacizza l’oro: lo spezza

E’ la cosa meno conosciuta e la più costosa di questa pagina. L’ipoclorito della candeggina e i cloruri dell’acqua trattata non attaccano l’oro puro: attaccano gli altri metalli della lega, e lo fanno seguendo i bordi dei grani. Dove il metallo è anche in tensione — una griffa piegata sulla pietra, una saldatura, un gambo che è stato allargato — la corrosione e la tensione lavorano insieme, e la cricca avanza fino alla rottura.

Uno studio su tre leghe 18 kt esposte a candeggina, acqua di piscina e acqua di idromassaggio le ha portate tutte e tre a rottura. L’idromassaggio è il caso peggiore, perché somma temperatura alta e concentrazione alta.

Il punto che rende questo danno diverso dagli altri: è cumulativo e invisibile. Non vedi niente per stagioni, e poi il gambo si apre in una volta. Non basta sciacquare dopo: bisogna non entrare in acqua con il gioiello.

Quello che non va mai usato

  • Candeggina, cloro, anticalcare, sgrassatori. Rompono il metallo dove è in tensione. I guanti non aiutano: il liquido entra e resta contro l’anello, caldo, per tutta la durata della pulizia.
  • Ammoniaca e detergenti per vetri. Opacizzano il rodio e attaccano i riempimenti delle pietre trattate.
  • Dentifricio, bicarbonato, sale, paste abrasive. Il dentifricio è fatto per lo smalto dei denti, che è più duro dell’oro: sull’oro lascia micrograffi che non si tolgono, e su un pezzo rodiato buca lo strato. Il bicarbonato viene presentato come delicato perché ha una durezza vicina a quella dell’oro: è proprio il motivo per cui lo riga.
  • Panni impregnati per lucidare. Contengono un abrasivo finissimo. Consumano il rodio più in fretta di qualunque altra cosa, e lasciano un residuo grigio nelle fessure delle incassature.
  • Bagni «pulisci-oro» istantanei. Sono soluzioni acide o ammoniacali. Le misure di laboratorio su questi prodotti registrano una perdita di rame dalla superficie che arriva quasi al totale, e lasciano il metallo più reattivo di prima. E il liquido entra sotto i castoni, dove non riesci a risciacquarlo, e continua a lavorare per mesi.
  • Il trucco dell’alluminio con bicarbonato e acqua bollente. E’ un bagno elettrochimico pensato per l’argento. Su un gioiello con pietre è uno shock termico su materiali che non lo tollerano.

Le abitudini

Quando toglierli, e perché

Non è un elenco di divieti: ogni voce ha un motivo preciso, e conoscerlo serve più della regola.

Piscina e idromassaggio
Il caso più documentato. Il cloro rompe il metallo dove è in tensione, cioè nelle griffe e nelle saldature, senza nessuna deformazione che ti avverta prima.
Mare
Tre cose insieme: i cloruri dell’acqua salata, la sabbia che è quarzo e riga l’oro, e l’acqua fredda che restringe le dita. Se il bagno è già stato fatto, sciacqua in acqua dolce e asciuga bene, soprattutto sotto il gambo.
Palestra e sport
Un manubrio schiaccia il gambo dell’anello contro l’osso: il gambo esce di tondo, e su un gambo deformato le griffe si aprono. In più le dita si gonfiano con lo sforzo.
Pulizie di casa
Non è lo sporco: sono il cloro e l’ammoniaca dei prodotti. Toglilo prima di iniziare, non a metà.
Crema, solare, profumo, lacca
Due effetti distinti. Il velo che si deposita dietro le pietre, dove non arriva nessuno strofinio, e che in poche settimane spegne il gioiello. E le polveri minerali dei solari, più dure dell’oro, che accelerano il consumo del rodio. Il gioiello si mette dopo la crema, sulla pelle asciutta.
Doccia e bagno
Il sapone lascia un film proprio sotto le pietre. E un gioiello insaponato sopra uno scarico aperto è un gioiello perso.
La notte
Le griffe si piegano contro il cuscino, e una punta piegata è una punta in tensione. Le catene si annodano e si allungano fino a spezzarsi.
Giardinaggio e lavori manuali
Urti diretti, terra abrasiva, attrezzi che schiacciano. E’ il contesto in cui si perdono più pietre, perché un colpo secco su una griffa già consumata la apre in una volta sola.

Dove tenerli

Ogni pezzo nel suo scomparto, foderato, senza che si tocchino. Non è un vezzo: il diamante riga tutto, comprese le altre pietre e l’oro delle montature vicine. Fermagli e spille chiusi, catene distese.

Lontano da finestre e fonti di calore. E se ci sono perle, il legno nudo di un cassetto appena costruito non va bene: emette acidi organici che attaccano il carbonato di calcio. Vanno nella loro sacchetta morbida, non appoggiate al legno.

Il confine

Che cosa puoi fare tu, che cosa richiede un banco

La differenza non è il prodotto: è il controllo che viene prima. Un laboratorio usa gli ultrasuoni dopo aver verificato la tenuta di ogni pietra. La stessa macchina usata alla cieca fa il contrario di quello che promette.

Conte Diamonds non offre un servizio di pulizia o di manutenzione: questa pagina serve a farti fare bene quello che puoi fare da solo, e a farti riconoscere il momento in cui serve qualcun altro.

Dove passa il confine.
In casa Al banco
Togliere il velo di sebo e cosmetici con acqua tiepida, sapone neutro e spazzolino morbido Togliere lo sporco compattato sotto la pietra e dentro le sedi di un pavé, dove nessuna setola arriva
Accorgersi che una pietra ticchetta Ricostruire una griffa saldando metallo nuovo, e rimettere in sede la pietra
Vedere che il bianco non è più uniforme Rifare la rodiatura, con il ciclo elettrolitico completo
Riconoscere una scheggiatura o una linea nuova sulla pietra Valutarla al microscopio e decidere se si può ancora pulire
Notare che il gambo è assottigliato o ovalizzato Riportarlo in tondo sul mandrino, o ricostruirlo
Accorgersi che il filo di una collana si è allungato Rinfilare con il nodo fra un elemento e l’altro

I segnali che dicono di fermarsi subito

In tutti questi casi non pulire: pulire un gioiello che ha già un cedimento è il modo più comune di trasformare una riparazione in una perdita.

  • La pietra ticchetta se dai un colpetto sul gambo vicino all’orecchio, o si muove premendo di lato.
  • Una griffa è piegata, accorciata o manca. Se si impiglia nei tessuti, è già deformata.
  • La pietra è storta rispetto al piano della montatura: una sede ha ceduto, e le altre stanno per seguirla.
  • Compare una scheggiatura, un segno bianco o una linea nuova lungo lo spigolo della pietra.
  • Le fratture di uno smeraldo tornano visibili, o compare un alone unto dopo il contatto con calore o solventi.
  • Il gambo è assottigliato, ovalizzato o crepato. Un gambo sottile cede di schianto e trascina con sé l’incastonatura.
  • La chiusura non scatta con decisione, una maglia si è allungata, il fermo dell’orecchino non tiene. E’ la causa più comune di perdita.
  • Il gioiello è caduto su una superficie dura o è finito sotto un peso. Anche se sembra intatto: le griffe cedono per un colpo, non per il tempo.

Pulire in casa fa decadere la garanzia?

No. Acqua tiepida, sapone neutro e uno spazzolino morbido sono cura ordinaria, ed è il metodo che raccomandano gli stessi istituti gemmologici.

La distinzione da conoscere è un’altra, e non riguarda il «decadere»: la garanzia legale copre i difetti che il gioiello aveva già alla consegna — una saldatura fredda, una griffa montata male — e non i danni causati da un uso improprio. C’è però un dettaglio pratico che pesa: nel primo anno si presume che il difetto ci fosse già, dopo tocca a te dimostrare che non è stato l’uso. Se uno smeraldo torna con le fratture aperte dopo un ciclo di ultrasuoni casalingo, quella prova è difficile da dare.

Da dove vengono queste indicazioni

Le indicazioni di questa pagina seguono le schede di cura del Gemological Institute of America per ciascun materiale, il CIBJO Pearl Book per le perle e la letteratura tecnica sulla galvanica e sulla corrosione delle leghe d’oro.

Dove le fonti non concordano, abbiamo scelto la formulazione più prudente e l’abbiamo detto: è il caso degli ultrasuoni sui corindoni e dello smeraldo, che la letteratura tratta come rischio e che qui è un divieto, perché nessuno può sapere che riempitivo ha la propria pietra senza un referto recente. Dove un dato è prassi di bottega e non norma — la frequenza della rinfilatura per un uso saltuario, la durata di una rodiatura — l’abbiamo scritto accanto.

Questa pagina descrive la cura dei materiali. Non sostituisce il parere di un gemmologo su un pezzo specifico, e non riguarda i servizi di alcun laboratorio.

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